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"G" RACCONTA: DAL WEB - Museo del G

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"G" RACCONTA: DAL WEB

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LO SCHIAFFO







Nel 2011 il settimanale online LO SCHIAFFO, di Catania, si occupa del 45 giri "Tu mi vai" ponendosi interrogativi sull'interprete della canzone. Da lì nasce una serie di articoli-intervista a Gianni Greco, che, rintracciato, viene sottoposto a domande che partendo dal tema iniziale spaziano poi nei vari settori della sua carriera, tra musica, radio e TV.







Sweet Porn made in Italy





Desiderio irrefrenabile quello di ritagliare un piccolo spazio ad un piccolo capolavoro della musica italiana anni ’80. Stella Monello, cantante quasi anonima, cantò nel 1981 Tu mi vai, 45 giri scritto da Gianni Greco e di cui non sembrano esistere ulteriori notizie. Alcuni attribuirono la canzone a Viola Valentino per la voce credibilmente attribuibile a quest’ultima, ma di fatto non esistono prove concrete per sostenere questa affermazione. Sentiamo questa canzone una notte, su radio Margherita, per caso. Inizialmente sentiamo solo il trasporto dell’adorabile vocina femminile e il motivetto ripetitivo e zuccheroso: appuntiamo qualche parola e il giorno successivo riascoltiamo Tu mi vai. Sopra una musica sempliciotta e quasi banale, una voce meravigliosamente vellutata e pudica al tempo stesso, saltella allegramente tra gli intrecci di una poesia brillante caratterizzata da una sessualità zampillante, fresca e gradevolmente oscena. Una canzonetta sfacciatamente porno che tuttavia non riesce ad indignare, anzi ha tutti i requisiti per esser definita un delizioso inno all’amore, oggi totalmente assente nel panorama musicale italiano. Di seguito riportiamo il testo, la canzone si trova su youtube e “vanta” poco più di 600 visualizzazioni.
Esiste anche una versione francese intitolata “Petit Bijou”.



Il testo della canzone


Sono tanto tanto P
Ogni volta che ti ho qui
E mi guardi con lo sguardo
Di chi sa che dirò si
Sono tanto tanto I
Se ti guardo proprio lì
Dove nascono i miei sogni
Porno made in Italy
Sono tanto tanto E
Quando fra le mani ho te
E conduco la tua voglia
Proprio dove piace a me
Sono tanto tanto T
Quando sei sull’orlo di
Dove trovi una sgualdrina
Piu carina di così
Dammi un R e proverai
Quello che non provi mai
Dammi subito una O
E il tuo nome grideròò
E veramente tu mi vai
Stampigliato sui miei sensi
A fuoco stai
Ho capito la tua personalità
Ami esclusivamente chi ti da
E’ per questo che mi va con te ci sto
Proprio perche non so dirti mai di no
Un pò sadico un pò porco
Ma tant’è
Sei letteralmente tu che fai per me
Non ti mollo sto con te
E tu mi vai e tu mi vai
E tu mi vai e tu mi vai
Sono tanto tanto P
Quando suono il flauto in mi
Ed accordo le tue corde
Cala il la ma cresce il si
Sono tanto tanto I
Mentre penso a non so chi
Ma cinguetto sui tuoi fianchi
Proprio come un colibrì
Sono tanto tanto E
Quando aspiro un goccio e
Ti insegno bocca bocca
A non fidarti mai di me
Sono tanto tanto T
Quando conto uan tu tri
Prima della tua partenza
Verso un mondo tres jolie
Dammi un R e proverai
Quello che non provi mai
Dammi subito una O
E il tuo nome griderò



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Notizie su Stella dal grande G




Cari lettori, abbiamo trovato notizie di prima mano su Stella Monello, cantante di Tu mi vai del 1981. Gianni Greco, detto Il G, ci ha fornito con grandissima gentilezza tante informazioni sulla graziosa canzonetta di tanto tempo fa:

“Stella era una mia collega in radio, una tipa del tutto stonata e, quel che è peggio, squadrata; cioè stonava e non andava a tempo. Uno strazio ascoltarla canticchiare. Fu così che io lanciai una scommessa: “Scommettiamo che ti faccio incidere un disco?”. Bene, scrissi appositamente per lei ‘Tu mi vai’ e la portai da un mio amico musicista con annesso studio di registrazione. A forza di farle cantare dei pezzettini, con molta, molta pazienza, ce la facemmo. Il prodotto alla fine poteva andare, grazie anche al buon arrangiamento. A quei tempi andavano i 45 giri, quindi dovevamo incidere anche una facciata B: altra canzone mia, Uomo più me (che se la sentisse oggi Carla Bruni, se ne approprierebbe). Anche in questo caso ce la facemmo. Avevamo i master, ma mancava il più: la casa discografica. Portai insieme a un promoter ben introdotto il materiale alla Panarecord di Milano e … Miracolo! Fu accettato. Cedetti al bravo promoter parte dei diritti d’autore facendogli firmare i pezzi con me e il disco incredibilmente uscì: un puro mosaico di brevi pezzetti incollati insieme, ma con un risultato piacevole, alla fine.
Stella Monello non si chiamava così, aveva un nome impronunciabile. Fui io a trovarle lo pseudonimo.  Bellino, vero? Inutile dire che non provò più a cantare e io non avevo più voglia di perdere tutto quel tempo ad appiccicare tra loro pezzettini di voce. Era una scommessa, che altro?
Sulla canzone qualche curiosità in effetti c’è. Non so come mi venne l’idea delle lettere maliziose, ma mi accorsi che con esse si poteva formare un nome: Pietro. Il ritornello all’inizio doveva suonare così: “Amami Pietro …”, ma faceva proprio schifo. Risolsi con quel motivetto accattivante che anni dopo Renato Zero avrebbe ripreso (malandrino), in ‘Pizza e rock and roll’… Esiste anche una versione francese del cantante Valerio su disco RCA, dal titolo ‘Petit bijou’. “


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[Prima puntata] Gianni Greco: la musica nel Medioevo odierno





Cari lettori, Gianni Greco conduttore radiofonico, televisivo e autore di canzoni italiane celebri quanto misconosciute da molti giovincelli,
ci concede l’onore di qualche appuntamento musicale, per rimembrare le cose buone di una volta.

Gianni, perché, negli anni ’60 e ‘70 vi era molta più trasgressione e oggi invece sembra che la censura abbia avuto la meglio? Da una parte ci sono i video (brutti e scadenti) di americani vari che fanno pop e house e tutta quella roba che si ascolta in discoteca oggi, dove ci sono donne rigorosamente belle, semi nude, che danzano al ritmo di una canzone e di una moda totalmente maschilista che le vuole vogliose sempre della stessa cosa in effetti; dall’altra, i testi delle canzoni italiane e non solo, sono privi di malizia sana e genuina, sono privi di Sesso buono, divertente e anche drammatico se si vuole. Sono privi di anima in sintesi. Perché oggi non c’è più nessuno che canta pezzi come Tu mi vai, Tommi, Un po’ gay, Comprami e così via?

Il tuo interrogativo assillante è pure il mio. Ne ho spesso parlato in trasmissione, anche recentemente. I tempi sono cambiati, ma non nel senso che potrebbe immaginarsi. Mentre la morale politica, economica e sociale va sempre più deteriorandosi (corruzione, interesse predominante, aridità e indifferenza generali) il moralismo di facciata, utile forse a qualcuno, aumenta a dismisura. In TV e sui giornali non si possono più nemmeno vedere i volti dei bambini, la gente è impregnata di balle come la privacy, la par condicio, l’ipocrita tutela dei minori, di fobie per le truffe spiattellate da Striscia la Notizia, di sospetti di pedofilia anche se accarezzi la testa di un bambino, di molestie sessuali estese persino alle parole, stalking, telefoni azzurri, rosa, di tutti i colori, telefonate di call center che ti bucano le palle, l’impossibilità ormai di comunicare con persone ‘vere’, la diffidenza verso tutto e tutti, le telecamere dovunque, le authority, i Moige, il riflusso di razzismo, la paura del diverso, la rassegnazione agli aumenti, l’omologazione sempre al peggio … Ho vissuto un’epoca in cui tutto questo non esisteva, o era solo sfiorato. La morale che un tempo ognuno si formava da sé o in famiglia, oggi è codificata sotto forma di leggi liberticide. Io ho condotto impunemente dei programmi pesantissimi alla radio negli Anni ’80 e ’90 che oggi non potrei più fare: mi beccherei una denuncia alla settimana, quando ne ho prese appena cinque in 25 anni … Nel 1981 ho potuto incidere ‘Tommi’ e ‘Donna più donna’, canzoni su gay e lesbiche, in cui si parla anche del ‘sessantanove’… Nel 1984 all’Ambrogino di Milano hanno accettato una mia canzone che oggi non farebbero mai cantare a un bambino: ‘L’elefante gay’. L’ha re-incisa nel 2005 Platinette, ma rimane l’unica canzone per bambini ad argomento omosessuale. Io non sono un gay, ma allora l’argomento mi incuriosiva, e nelle canzoni se ne parlava poco o nulla. Negli Anni ’50, ’60 e ’70 per assurdo la libertà era forse ancora più ampia. C’erano aneliti di nuovo e tanta speranza di risorgere dopo la guerra. E soprattutto i gretti moral-affaristi non si erano ancora organizzati. Può sembrare una conquista della civiltà questa sempre maggiore restrizione della libertà, in realtà è solo nuovo medioevo. Non sarà facile uscirne, ci vuole uno sconvolgimento … o molto, molto tempo. Quanto durò il Medioevo?
Oggi tutto quello che potrebbe definirsi “vintage” non piace ai ragazzi, non interessa, annoia, disturba; ma ci sono pochi che attraverso la rete soprattutto, cercano “altro” rispetto alle proposte scarse e scadenti del mercato.

Credi che le ultime generazioni siano perdute nell’oblio dell’ineducazione verso l’arte e la bellezza? Oppure sto accennando a un cliché che si ripropone di generazione in generazione?

La musica che ascoltiamo. Perché un giovane va a ricercarsi le canzoni del passato? Perché vi trova più solidità, più idee, concetti espressi più direttamente. In un periodo in cui l’immagine prevale sulla qualità musicale e testuale si vanno a ricercare significati genuini frugando nel periodo in cui erano musica e testi a prevalere. Incredibilmente è molto più facile ricordare canzoni del passato, nate a volte prima ancora di chi le ascolta, che l’indistinta massa musicale odierna, che non lascia quasi traccia. Spesso mi chiedo come mai queste cantanti straniere siano tutte così belle, sexy, patinate, e pure fornite di buone voci (tutte uguali). E mi rispondo che quando tutto è bello niente è bello, quando tutti sono bravi nessuno è bravo, perché alla fine tutto quanto puzza di falso. Dopodiché dimentico sia il bel culo che l’inutile canzone, perché un culo è un culo al di là della qualità musicale, e quest’ultima se non mi lascia qualcosa non deve poi essere così buona. La sana ingenuità delle più esplicite canzoni di decine di anni fa sta alla musica odierna come un vecchio film di fantascienza low-budget sta a un costosissimo colossal attuale colmo di effetti speciali: il vecchio film non ti stanchi mai di rivederlo, quello nuovo ti ha talmente riempito i sensi più superficiali che rivederlo non ti va proprio. Ovviamente ci sono delle eccezioni, che però ormai nel nostro mondo musicale viaggiano sottotraccia, a livello YouTube magari, e forse è meglio che restino così, perché nel momento in cui l’industria discografica si appropria di un’anima pura poi la snatura a scopi commerciali. E, quel che è peggio, spesso le anime pure si lasciano snaturare, e molto volentieri. Non aspettano altro. Ma come dar loro torto in un mondo come questo?




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[ Seconda puntata] Gianni Greco sul Casto Divo e zozze rimembranze live




Immanuel Casto un giovane cantautore italiano di genere Porn Groove (all’interno del quale lui stesso si colloca), potrebbe essere una nuova stella che mischiando ironia, trasgressione, pornografia, pop e disco, sia in grado di ravvivare i colori del panorama musicale italiano. Gianni, cosa pensi di lui?

Ti dico la verità, a me quel Casto non piace proprio. Mi sembra un provocatore mancato, un derelitto De Andrè de noantri. Ecco, Fabrizio era un vero provocatore, e non aveva bisogno di basso porno per esserlo. Io quel tipo di canzoni lo vedo meglio come una gioiosa espressione popolare, magari in vernacolo, se necessario. Lo dico a ragion veduta, dato che ne ho scritte a decine. Io le chiamo canzonerchie, neologismo contenente la parola ‘nerchie’, sinonimo di ‘cazzi’. Altre mie espressioni musicali (in questo caso alquanto sgangherate) sono le serenatiche, sorta di sboccatissime serenate da improvvisare al telefono a sconosciute interlocutrici di cui si conosce solo il nome. Non ho mai inciso alcuna delle mie canzonerchie, le ho usate esclusivamente in centinaia di spettacoli dal vivo coinvolgendo il pubblico in un esaltante sfogo collettivo. Alcuni titoli: ‘Viva la fica!’ (il titolo dice tutto), ‘L’ha fatto nocciolo’ (triste storia di un rapporto anale in cui la coppia resta attaccata), ‘Becerocche’ (un rock becero), ‘L’Emma Iala’ (ritratto di una donna non molto fedele), ‘Merdosetta’ (lei è carina, ma caca continuamente), ‘T’ha’ la mamma bucaiola’ (invettiva contro una che non la dà), ‘Un po’ di topa’ (richiesta di passera anche di seconda mano), ‘La Pornoteresina’ (versione porno di una canzone tradizionale toscana) ecc. ecc. Come vedi non sono alieno dallo scrivere roba spudorata, ma preferisco inserirla in contesti di allegria, di divertimento magari un po’ grassoccio, ma assolutamente privo di morbosità, fatto per la gioia dello stare insieme. In Toscana abbiamo uno spirito molto ‘a presa di culo’, e il turpiloquio fa parte della tradizione. L’unica cosa che rifiuto dell’uso comune è la bestemmia, che ritengo poco fine. Il Casto presenta testi fin troppo leggeri, per la verità, sorretti oltretutto da una musica di scarsissimo spessore. La presunzione poi di atteggiarsi a cantautore di tipo intellettualoide in certi casi lo rende un po’ ridicolo, anche se gli si può riconoscere una dose (ma minima, perché irrisolta) di ironia. Già nelle antiche ‘osterie’ si ritrovano tutti i temi che lui tratta con assai meno impatto (‘Osteria numero uno / nel convento un c’è nessuno / ci son solo preti e frati / che s’inculano beati…’). So benissimo di essere un autore di ‘canzoncine’, e non pretendo di ergermi a giudice di alcuno. Non essendo mai uscite le mie canzoni più belle (tra cui una splendida ‘Sessantanove’ dei primi Anni ’80), quel poco di mio che esiste fuori non mi permette di pontificare. In queste righe ho espresso solo un parere personale contestabilissimo.

Non hai mai pensato di fare un album di canzonerchie e serenatiche?

La gente mi chiede continuamente di fare cd con le varie mie produzioni: telefonate, sigle radiofoniche (ogni anno ho scritto una vera e propria canzone che ho cantato dal vivo all’inizio di ogni puntata giornaliera), canzonerchie, persino serenatiche… Ma io sono piuttosto pigro, e aspetto sempre qualcuno che faccia il lavoro per me. A tavola apparecchiata mangio, altrimenti sto anche a digiuno. E siccome nessuno apparecchia, resto con la fame. Però per i posteri qualcosa dovrei proprio fare…



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[Terza puntata] Gianni Greco e la sindrome agrodolce del copiato




Nel mondo dell’arte nel senso più vasto del termine, è facile imbattersi in veri e propri plagi, idee copiate, ispirazioni più o meno ambigue, ma spesso e volentieri tutto questo fa parte del gioco anche quando si tratta di veri e propri furti. Il G racconta delle sue vicende personali, frutto di stuzzicanti fantasticherie o di dubbi insidiosi o di evidenti certezze.

<< Io soffro della sindrome del copiato. Cioè, avendo elargito gratuitamente per tanti anni idee a tutti, ne ho viste diverse riutilizzate e pure con maggior profitto da altri. Ho inventato nel 1990 gli spettacoli col telefono dal vivo: gli spettatori mi fornivano numeri di persone a cui fare atroci scherzi ed io eseguivo, nella massima improvvisazione e nel crudele divertimento di tutti. Era una propaggine esterna del mio programma radiofonico ‘Il Sondazzo’ (‘sondaggio pazzo’), di grande successo in Toscana. A un certo punto è venuto fuori un certo Mammucari con ‘Libero’, che su Rai2 ha ripreso la mia formula, e addirittura qualche situazione precisa. Lo stesso ‘Zoo di 105’ mi ha saccheggiato. In una radio di Castelfranco Veneto un toscano che mi aveva ben ascoltato ha rifatto per filo e per segno personaggi e situazioni di mia invenzione. Mi fu segnalato da un camionista che batteva quella zona e che me ne mandò una registrazione inequivocabile. Ma ottenere soddisfazione per plagio in questi casi è del tutto aleatorio, e ho sempre preferito contare sulla qualità superiore dell’originale, che tutti mi hanno sempre riconosciuto. Anche nel campo musicale, per poco che abbia prodotto, posso vantare tentativi di imitazione o presunti tali. Come dicevo prima, la mia è diventata una sindrome che mi fa sentire copiato anche quando magari non lo sono. I miei sospetti si sono appuntati su Renato Zero, che in ‘Pizza e rock and roll’ ha con tutta evidenza ricalcato alcune battute di ‘Tu mi vai’, ma può anche essere un caso o un’inconscia ripetizione di qualcosa che si è prima sentita e poi creduto di dimenticare. In musica succede. Ancora più caso può essere quello che secondo la mia delirante sindrome avrebbe ispirato persino Vasco Rossi. Ecco l’aneddoto: 1981, una grande discoteca di Parma, pomeriggio promozionale di molti artisti, pubblico folto e tutti in playback. C’erano Toto Cutugno, Bobby Solo, Mia Martini, Vasco Rossi, Michele Zarrillo, c’ero io … e tanti altri più o meno noti. Caso volle che la scaletta mi prevedesse sul palco subito prima di Vasco. Ci incontrammo dietro le quinte, in fondo a una scala che portava al palco. Lui era già un grande, e avrebbe presentato lì nientepopodimenoché ‘Siamo solo noi’. Eravamo fianco a fianco aspettando di essere chiamati. Io non osavo parlare, per me lui era un mito. Avrei voluto dirgli: “Siamo solo noi”, alludendo sia alla sua canzone che al fatto che lì non c’era nessun altro. Ma tacqui. Fu lui che mi guardò e mi chiese: “E tu cosa canti?”. “Tommi”, gli dissi. “Ah”, disse lui, “OK, ti ascolto”. Toccò a me e uscii a cantare (o meglio a fare finta). Quando rientrai lo incrociai e mi fece: “Carina, bravo!”. Lui cantò (o meglio fece finta), e la sua canzone era molto più che carina. Purtroppo non ebbi occasione di dirglielo. Ma quando quattro anni dopo uscì una sua canzone dal titolo ‘Toffee’, cominciò a girarmi per la testa un sottile dubbio. Non c’era identità musicale, ma qualche affinità con la mia sì. Quel riff ‘Tommi Tommi Tommi Tommi Tommì…’, e quell’altro ‘Oh Toffee Toffee Toffee, oh Toffee Toffee Toffee’ non mi sembravano del tutto estranei. Ripensai al fuggevole incontro e sorrisi. La mia canzone l’aveva sicuramente ascoltata e gradita. Questo era un fatto. Se sia pur inconsciamente quella mia modesta invenzione era riuscita anche lontanamente a ispirare un Vasco Rossi, qualche titolo di merito l’avrà pure avuto. Ancora oggi covo in me la speranza che sia andata proprio così. >>



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[Quarta puntata] Gianni Greco: censura e lezioni creative live




Il G, cari lettori, ci racconta con animosità delle sue avventure radiofoniche, costellate da sigle sempre nuove e oscene, e segnate anche da qualche episodio spiacevole:

<< Per 25 anni in radio (1983/2007) ho avuto bisogno di una sigla all’anno. Dopo aver usato qualcosa di non originale decisi di produrre delle sigle in proprio. E non solo: decisi di cantarle, su una base di chitarra, ogni santo giorno dal vivo. Le prime mi furono scritte da un amico, Max, mio tecnico negli spettacoli e anche musicista. Carine, simpatiche, allegre, ma io pensavo ad altro. Nacquero così vere e proprie canzoni tra l’impegnato e lo spudorato, e con un buon impianto musicale, come piace a me, orecchiabili ma non banali soprattutto nei testi. Per forza mi piacevano: me le scrivevo da me! Anno per anno, giorno per giorno, a mezzogiorno entravo in trasmissione cantando ‘Inno razionale’, ‘La ti sa d’acciuga’, ‘Cazzoficaerocchenroll’, ‘Più in là’, ‘Abbasso gli stronzi’, ‘Sì son proprio io’, ‘Su per il culo’, ‘La mia vita sulle onde’ e varie altre. L’ultima fu ‘Parlare libero’, sulla cui musica avevo scritto cinque testi diversi, da cantare alternativamente. E proprio mentre cantavo questo inno alla libertà di parola incappai nella più grande censura della mia vita: dopo 25 anni di estrema libertà uno stupido cambiamento di proprietà e di ‘linea editoriale’ (cazzata utile solo all’editore) mi aveva costretto a ridurre l’orario (da 4 ore giornaliere a 2), il tempo utile per parlare e il tasso di ‘parolacce’: mi fu rinfacciata anche la lettura di un testo di Sanremo in cui si parlava di pisciare. La canzone vinse il Festival, e io, dopo sei mesi di resistenza sia pur attiva, lasciai l’emittente che avevo in primo luogo contribuito a far diventare grande, passando alla televisione. E le mie sigle finirono lì… o quasi. Ne scrissi altre tre per i miei programmi TV, due carine e una polemica, niente male, che feci eccezionalmente cantare a un baritono: ‘Mister “G” si vergogni!’. La gente mi chiede sempre se le mie canzoni-sigle si possono trovare in commercio, ma io sono pigro, e soprattutto costantemente proteso verso nuovi divertimenti creativi, come un bambino che si stanca dei vecchi giocattoli e ne vuole sempre di nuovi. Ma chissà che prima o poi … >>

La televisione permette a Gianni Greco di raggiungere nuovi orizzonti anche più stimolanti. Nasce infatti un’idea, una sfida molto vivace che lui stesso ci rivela, con orgoglio:

<< Durante una puntata in diretta del mio programma televisivo, solleticato dalla voglia di musica, lanciai un’idea che mi era venuta sul momento: “Mandatemi un titolo e io ci faccio su una canzone in un quarto d’ora”. Bel rischio! Arrivarono alcuni titoli e io ne scelsi uno. Presi la chitarra, un foglio, una penna e cominciai a creare. Potevo sputtanarmi alla grande per questa idea balzana, ma ho sempre avuto voglia di mostrare al pubblico come nasce una canzone. Il modo migliore per farlo è scrivergliela in faccia. E in TV è meglio che in radio, perché si può vedere lo sforzo, l’imbarazzo, il lampo dell’ispirazione, e una pausa creativa del parlato è sopperita dall’immagine. Il titolo che avevo scelto era il più serio di tutti, forse l’unico praticabile, perché, conoscendomi, gli spettatori si erano sbizzarriti in titoli osceni. Ma questa volta io volevo fare una canzone seria, magari d’amore. Feci finta che non esistessero le telecamere e cominciai a scrivere frasi e via via a metterci sotto degli accordi provando a cantarle. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, suonavo, cantavo… ed esprimevo a voce alta i miei pensieri, unica concessione al mezzo televisivo. Poteva uscirne una bidonata come un capolavoro. Il tempo passava, e l’intervallo pubblicitario si avvicinava. Dovevo concludere nel tempo previsto. Mi sembrava a un certo punto di essere in alto mare, poi, come per incanto, tutti i pezzi si ricomposero e riuscii a scrivere un testo intero, con la sua brava musica. Feci una prova sottotono per ricordarmelo ed esserne abbastanza sicuro, apportai gli ultimi piccoli ritocchi e… OK, ero pronto. Con sguardo (fintamente) sicuro verso la telecamera (in realtà mi cacavo addosso) annunciai che stavo per cantare la mia creazione. Chiesi clemenza al pubblico e iniziai. Incredibile: era la più bella canzone sentimentale che potessi scrivere. Una delle più belle in assoluto tra le mie. Non ci credevo. Ma dovetti crederci. Un musicista che mi seguiva dalla Germania attraverso un sito che ripeteva le mie puntate se la registrò e me la rimandò arrangiata da dio. Bella, davvero, di grande atmosfera, come se ci avessi ponzato sopra per giorni… Il primo a stupirmi fui io. Arrivarono molti complimenti: a volte è vero, la necessità crea virtù. E fa vincere le sfide con se stessi. >>










 
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